(1/1). Shiro — Ho bisogno di un nuovo telefono

scritto da Zen
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Shiro è un personaggio che uso sfogarmi, scriverò di lui soltanto quando ne sentirò il bisogno. Ciò significa che questo primo capitolo potrebbe anche essere l’ultimo. Dipende dalle mie esigenze
- Nota dell'autore Zen

Testo: (1/1). Shiro — Ho bisogno di un nuovo telefono
di Zen

Cazzo, quanto fa caldo.

Anche se indosso una maglietta bianca, mi sento come se qualcuno avesse infilato una stufa sotto i miei vestiti.

Faccio un passo, e poi un altro, e poi un altro ancora. Ho le gambe pesanti. Non vedo l’ora di chiudermi in stanza e coricarmi.

Sento il rombo dei motori delle macchine che mi sfrecciano accanto, ma non mi azzardo a guardare. 25 anni e ancora non ho la patente. Mi sforzo a mandare giù un conato di vomito.

Accidenti. Non mi lavo da tre giorni. Spero solo che chiunque decida di assistermi al negozio di elettronica dia la colpa al caldo asfissiante per il mio cattivo odore.

Ho davvero bisogno di un nuovo telefono. Certo, riesco a intrattenermi in modi che non involvano la tecnologia. Non ne sono mica dipendente. Ma non ho ancora detto a mia madre di aver rotto quello vecchio, e conoscendola si starà preoccupando a morte vedendo che non mi arrivano più i messaggi. Che fastidio. Preferisco non pensarci.

Nel momento in cui varco la soglia del negozio, sento il mio corpo farsi più leggero, la mia mente liberarsi momentaneamente da ogni preoccupazione. L’aria condizionata. Benedetto sia colui abbia pensato fosse una buona idea installarne una dentro quel negozio.

Mi fermo un attimo all’entrata. Le gambe e le braccia mi formicolano, nella testa sento come se qualcuno mi stesse stringendo il cervello con tutta la sua forza. Sarà la stanchezza, forse?

Fa paura, e fa male. Vedo sfocato, ma ciò non mi impedisce dall’alzare lo sguardo e vedere uno dei commessi fissarmi. Strizzo gli occhi per vedere meglio. Non cambia nulla.

Lui si avvicina. No, fermo. Ho paura.

Alzo una mano con l’intento di dirgli che è tutto a posto, e faccio giusto in tempo a portarla all’altezza del suo volto prima che il mondo sfugga dalla mia vista.

Il commesso è sparito, le pareti arancioni del negozio sono sparite. Si sta così bene sotto l’aria condizionata. Benedetto sia colui che l’ha installata lì dentro. Ho pensato una cosa del genere appena sono entrato, vero?

Il mondo ritorna a me. Sento una strana nostalgia, un po’ come quando incontri dopo tanto tempo un compagno di classe antipatico. Vi salutate felici, magari vi scambiate anche qualche parola, un bacio sulla guancia. Ti manca la giovinezza, i bei momenti. Poi lo guardi bene in faccia, guardi il suo sorriso, e ricordi quanto avresti voluto farglielo sanguinare.

A quel punto, sei incastrato in un limbo: sotto di te, all’inferno, trovi la rabbia dell’adolescenza; sopra di te, la nostalgia. Se non scegli subito, finisci per non provare niente. In questi casi, mi ritrovo sempre a cadere verso i gironi più profondi dell’inferno. Non so perché, ma io, a differenza degli altri, non ho molta scelta.

Non voglio cadere all’inferno, ma quando mi ritrovo sdraiato a terra, un ragazzo sopra di me che mi chiede come sto e se ho bisogno di un’ambulanza, è impossibile cercare di risalire in superficie.

Mi metto a sedere. La mia testa gira, e sento che da un momento all’altro potrei vomitare.

«Per favore, rimanga seduto...» Penso stia dicendo questo il ragazzo. Non lo so, non lo sento bene.

Una mano estranea mi passa una bustina di zucchero. Io l’afferro e me la ficco in tasca.

«Ho bisogno di un nuovo telefono» dico. Il ragazzo mi guarda storto, come se gli avessi chiesto qualcosa di assurdo e disumano. Ho solo chiesto che facesse il suo lavoro.

Lui mi mette una mano sul petto. Vorrei strappargliela a morsi, ma non ho le forze. «Signore, credo che non sia il momento per--»

«Sto bene,» lo interrompo e cerco di alzarmi. Quasi non inciampo e cado a terra, ma mi aggrappo a uno scaffale dietro di me e riesco a mantenere l’equilibrio «ho bisogno di un nuovo telefono.»

Lui lancia un’occhiata alla sua collega. Oh Dio, penso mi si sia fermato il cuore. Tossisco, e poi serro le labbra, per tenere dentro tutto ciò che minaccia di uscire da lì.

«Che...» comincia lui. Sta esitando. Dovrebbero licenziarli, quelli che esitano a fare il loro lavoro «che modello sta cercando?»

Guardo i telefoni esposti nello scaffale sul quale mi sto appoggiando «ecco, cercavo qualcosa di economico ma che funzionasse bene...» cazzo, nessuno di questi è economico. Indico quello che sembra costare di meno «questo, vorrei questo.»

Non so neanche che marca sia. Provo a leggerlo, ma le lettere si muovono a loro piacimento e non sembrano volerne sapere di stare ferme.

Il ragazzo scompare dietro la porta del magazzino, e ritorna tenendo una scatolina bianca.

«Potrei sapere il suo nome completo e il codice fiscale?»

«Uh, sì, ecco...» il mio nome. Sono così disconnesso dalla realtà che ho bisogno di riflettere prima di poter dare una risposta «Shiro Mirren. Codice fiscale...» frugo dentro la mia tasca in cerca del portafoglio. Non ho le forze di aprirlo e prendere il documento, quindi glielo butto sul bancone e lascio che sia lui a fare tutto.

«Signor Mirren, le piacerebbe effettuare il trasferimento dei dati?»

«Trasferimento?»

Il commesso mi guarda come se fossi un mostro «sì, così può trasferire le sue foto, app e contatti sul nuovo cellulare.» 

Di solito accetto senza pensare, ma per qualche ragione il pensiero di trasferire tutti quei dati sul nuovo telefono mi provoca una stretta al cuore tanto forte che mi ritrovo a dovermi massaggiare il petto nell’intento di placarla. Le foto non mi fanno paura, e nemmeno le app.

I contatti sì.

Penso alla possibile preoccupazione di mia madre nel vedere che non mi arrivano i messaggi, e sento tutta la debolezza tramutarsi in una vampata di calore. Brucia, fa male.

Scuoto la testa «no,» la voce mi trema «no, preferisco di no.»

Un telefono senza contatti. Mi calmo.

Sono felice di aver rifiutato, di aver rinunciato alle ondate d’ansia improvvise a ogni tintinnio delle notifiche; o, peggio, al terrore di sentire arrivare una chiamata.

Il ragazzo mi porge la scatola, io gli do i soldi e scappo il più veloce possibile da quel negozio.

Nessuno avrebbe potuto chiamarmi. Nessun amico, nessun parente.

Sto bene come se avessi compiuto una buona azione. In effetti, non si può dire che io non ne abbia fatta una. Allontanarmi farà bene sia a me che a loro. Soprattutto a loro.

Arrivo a casa, apro il portone e lo lascio chiudere dietro di me. Vado in bagno e vomito.

Strano, non sento niente in bocca. Soltanto il peso del liquido che costringe le mie labbra a schiudersi e i miei occhi a lacrimare.

Non sento niente perché non ho mangiato niente. Non mangio da giorni.

Mentre vomito cerco di distrarmi. Penso al mio nuovo telefono.
Sorrido, e un altro conato si fa strada lungo la mia gola.

(1/1). Shiro — Ho bisogno di un nuovo telefono testo di Zen
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